NAPOLI TROPPO SANO: MAROTTA, CHIELLINI E FIGC ALZANO IL MURO
- Rosario Caracciolo

- 22 gen
- Tempo di lettura: 2 min
di Rosario Caracciolo – ilgiornalistatifoso.it / Napoli Cuore Azzurro

C’è un calcio che si racconta come moderno, sostenibile, europeo.E poi c’è il calcio reale, quello italiano, dove la virtù diventa un problema e il debito una forma di potere. La vicenda che coinvolge il Napoli non è una semplice disputa regolamentare: è lo specchio deformato di un sistema che ha scelto chi deve vincere e chi deve adeguarsi.
Il paradosso che grida vendetta

Il club più solido d’Italia, con 178 milioni di euro di riserve liquide, viene messo sotto tutela. Non per irregolarità, non per conti fuori controllo, ma per un indicatore – il costo del lavoro allargato – reso improvvisamente decisivo a stagione in corso.Il risultato? Mercato di gennaio bloccato, operazioni consentite solo a saldo zero, competitività limitata. Altro che fair play: questa è burocrazia usata come clava.
Chi decide davvero

La decisione passa dal Consiglio Federale FIGC, ma nasce prima, molto prima, in Assemblea di Lega. Qui bastano quattro club su venti per imporre una linea: Inter, Juventus, Milan e Roma.Non esattamente modelli di sostenibilità. Parliamo di società con passivi tra i 324 e i 735 milioni di euro, numeri che in qualunque industria sarebbero sinonimo di crisi strutturale. Nel calcio italiano, invece, diventano credenziali politiche.
Il debito come passaporto

Qui si svela il vero meccanismo: nel nostro calcio più sei indebitato, più sei centrale. Più sei “sistemico”, più sei intoccabile.Il Napoli paga l’essere un corpo estraneo. Ha costruito negli anni un modello autonomo, senza finanza creativa, senza scorciatoie. Ed è proprio questo che oggi disturba. Non l’errore, ma l’esempio.
Regole uguali? Solo a parole

La retorica è sempre la stessa: “le norme valgono per tutti”. Ma quando le regole cambiano mentre il campionato è in corsa, non è equità: è manipolazione.Il blocco del mercato azzurro incide sulla corsa scudetto e sulla qualificazione Champions non attraverso il campo, ma limitando la possibilità di rafforzarsi. Non è una sentenza definitiva, ma è un messaggio chiarissimo.
Il silenzio che pesa

In questo scenario, la FIGC appare più preoccupata di evitare ricorsi futuri che di difendere la credibilità del sistema. Si chiedono liberatorie ai club contrari, come se la legittimità delle decisioni dipendesse dal consenso di chi ha tutto da perdere da un cambiamento reale.È un calcio che ha paura dei precedenti, perché ogni precedente rischia di smascherare anni di omissioni.
Il ruolo di De Laurentiis

Aurelio De Laurentiis non può più limitarsi allo sdegno. Se vuole davvero difendere il Napoli, deve trasformare questa battaglia in una questione politica strutturale.Serve un fronte alternativo in Lega, che riunisca chi non vive di debiti cronici. Serve portare il confronto anche fuori dal recinto sportivo, chiedendo trasparenza sui controlli, sui bilanci, sulle proprietà reali dei club.
La verità scomoda

Il calcio italiano ha scelto da tempo da che parte stare: non dalla sostenibilità, ma dalla conservazione del potere.Il Napoli oggi è il bersaglio perché è l’eccezione che mette a nudo la regola. E quando un sistema punisce chi è sano, il problema non è chi viene colpito, ma chi comanda.





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