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Napoli-Inter, Il Maradona attende risposte. Ora basta alibi!

  • Immagine del redattore: Rosario Caracciolo
    Rosario Caracciolo
  • 25 ott 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Editoriale di Rosario Caracciolo




1. Il peso del momento e il silenzio che fa rumore



Il Maradona ribolle. Non solo per il tutto esaurito, ma per un’ansia collettiva che attraversa la città di Napoli come una scossa elettrica. Dopo quattro sconfitte consecutive e l’umiliazione olandese di Eindhoven, la squadra di Antonio Conte si trova davanti a un bivio: o si rialza con orgoglio, oppure sprofonda in una crisi senza precedenti. Il big match contro l’Inter di Cristian Chivu, in un Maradona gremito e carico di tensione, diventa così un test non solo tecnico, ma mentale, identitario.

Il pubblico partenopeo non chiede miracoli, ma verità: sudore, rabbia, appartenenza. Perché a furia di parlare di schemi, moduli e “processi di crescita”, si rischia di perdere il senso primordiale del calcio — la fame.


2. Le scelte obbligate e le contraddizioni del progetto


La malasorte, certo, ha colpito duro. L’infortunio di Meret, l’assenza di Lobotka, i problemi di Rrahmani e il mancato recupero di Hojlund costringono Conte a una formazione d’emergenza, dove ogni tassello sembra un compromesso. Ma la verità è che la sfortuna non spiega tutto.

La gestione del turnover, le scelte rigide e la scarsa fiducia nei giovani come Vergara e Ambrosino, cominciano a pesare. Lo stesso Lucca, dopo due prove deludenti, appare spaesato e privo di sostegno. Il tecnico azzurro ha insistito nel voler tenere fede a un sistema con quattro centrocampisti, sacrificando creatività e profondità. Un dogma tattico che, se non accompagnato da idee nuove, rischia di diventare un limite.

Eppure le alternative ci sarebbero: spostare Spinazzola più alto, rispolverare il 4-3-3, ridare spazio a Neres da “falso nueve”. Il problema, però, è la paura di osare. E il Napoli, storicamente, non ha mai vinto con la paura.


NAPOLI (1-4-1-4-1): Milinkovic-Savic; Di Lorenzo, Beukema (Juan Jesus), Buongiorno, Spinazzola; Gilmour; Politano, Anguissa, De Bruyne, McTominay; Neres (Lucca). All. Conte.


3. L’Inter di Chivu e la differenza che fa la mentalità


Dall’altra parte del campo c’è un’Inter in fiducia, una squadra solida, cattiva, piena di convinzione. Chivu ha costruito una macchina da guerra: sei clean sheet in dieci gare, vittorie in serie, un gruppo che corre per un solo obiettivo. Mentre Conte cerca uomini veri per ritrovare compattezza, Chivu ha già un gruppo che si muove come un solo corpo.

I nerazzurri arrivano con Sommer, Calhanoglu, Barella, Lautaro e compagnia danzante nel loro miglior momento. E quando un avversario in salute incontra una squadra che deve ancora ritrovarsi, serve una scintilla di coraggio per ribaltare il pronostico.

Ecco perché questa sfida vale molto di più dei tre punti: è il termometro dell’anima di questo Napoli.


INTER (1-3-5-2): Sommer; Akanji, Acerbi, Bastoni; Dumfries, Barella, Calhanoglu, Mkhitaryan, Dimarco; Bonny, Lautaro. All. Chivu.


4. Il Maradona giudice e specchio di Conte



Il Maradona sarà giudice e testimone. I fischi non sono più solo per la prestazione, ma per la mancanza di personalità. Conte lo sa bene: ha richiamato i senatori, ha chiesto compattezza, ha invocato il sacrificio. Ma non bastano le parole. Servono scelte coraggiose, idee nuove, e soprattutto cuore.

Se il Napoli vuole tornare grande, deve ritrovare la propria identità — quella che nasce dal sacrificio, non dalla paura. Le giustificazioni stanno a zero: non ci sono più margini per alibi, né per esperimenti.



Pensiero finale – Rosario Caracciolo (ilgiornalistatifoso.it)



Il tempo dei “processi di crescita” è finito. Il Napoli non è un laboratorio, è una squadra costruita per vincere, per rappresentare una città che non accetta mediocrità. Antonio Conte deve tornare a essere se stesso: deciso, feroce, leader di uomini. E la squadra deve smettere di sentirsi vittima del destino.

Contro l’Inter, più che i moduli, conteranno lo sguardo, la fame e il coraggio. Se il Maradona sentirà che la squadra lotta davvero, la città saprà ancora stringersi attorno ai suoi uomini. Ma se invece prevarrà l’inerzia, allora sì, sarà il momento di parlare seriamente di crisi.

Perché il popolo di Napoli può perdonare tutto, tranne una cosa: la mancanza di anima.


 
 
 

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