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Quando il Fischio Decide il Destino!

  • Immagine del redattore: Rosario Caracciolo
    Rosario Caracciolo
  • 2 minuti fa
  • Tempo di lettura: 3 min

di Rosario Caracciolo – ilgiornalistatifoso.it / Napoli Cuore Azzurro








La partita che non doveva finire così



Il Napoli esce dalla Coppa Italia ai rigori. 1-1 al Maradona, poi 6-7(dcr) dal dischetto: il Como vola in semifinale contro l’Inter di Chivu. Ma fermarsi al risultato significa raccontare una verità incompleta.

La squadra di Antonio Conte, pur incerottata, ha dominato per lunghi tratti. È andata sotto quasi allo scadere del primo tempo, ha reagito con personalità nella ripresa grazie all’asse Højlund–Vergara, ha assediato l’area lariana concedendo solo una vera parata a Milinković-Savić su Vojvoda. Superiorità tecnica, territoriale, mentale.

Eppure non basta. Perché certe gare non si decidono solo con il pallone tra i piedi.


Il doppio episodio che pesa più dei rigori



Allo scadere del primo tempo, Manganiello è a pochi metri dall’azione. Højlund viene lanciato verso il vertice sinistro dell’area, punta la porta, è in chiara occasione da gol. Ramon, difensore del Como, lo stende nettamente al limite. Fallo da ultimo uomo. Chiara occasione. Espulsione diretta?

Nulla!

Si va al riposo con un silenzio assordante e con un’ingiustizia evidente.

Ma il copione si ripete. Minuto 49. Ancora Højlund, ancora Ramon, ancora un intervento irregolare nella stessa zona di campo. Il difensore è già ammonito. Sarebbe secondo giallo, dunque espulsione automatica. Manganiello osserva. E sceglie di non scegliere.

Due episodi, stesso protagonista, stessa dinamica, stesso danneggiato. Due decisioni che cambiano l’inerzia. Con il Como in dieci, la superiorità del Napoli sarebbe diventata schiacciante. Invece si resta undici contro undici. E il destino prende un’altra strada.

Poi arrivano i rigori. Sbagliano Lukaku e Lobotka. Ma ridurre tutto agli errori dagli undici metri è comodo. Troppo comodo.


Il vento che cambia direzione



Dopo il 3-1 sontuoso inflitto all’Inter al Maradona e le parole del presidente Marotta, qualcosa è mutato. Il clima, le narrazioni, le interpretazioni. Troppi episodi dubbi nelle ultime settimane per essere archiviati come coincidenze.

In Italia esistono pesi specifici diversi. Club che possono permettersi debiti strutturali senza conseguenze e altri che, pur virtuosi, vengono trattati con sufficienza. Il Napoli ieri è stato arbitrato con rigidità provinciale contro una squadra che, per logica di sistema, avrebbe dovuto essere la più “debole” nelle dinamiche decisionali.

La sensazione è scomoda ma legittima: quando il Napoli si avvicina ai vertici, il campionato diventa improvvisamente patriottico. E il Vesuvio torna a fare paura.


Una stagione ancora aperta



Fuori dalla Champions, fuori dalla Coppa Italia. Resta il campionato. Resta una squadra che, nonostante l’età media più alta della Serie A e una lunga lista di infortunati, continua a lottare. Conte ha restituito identità, disciplina, fame. E il popolo napoletano lo riconosce.

L’obiettivo minimo è la Champions. Lo scudetto resta matematicamente possibile, ma non sarà solo questione di campo. A Napoli un tricolore vale dieci altrove. Per questo pesa. Per questo disturba!


Il bivio decisivo



Giugno dirà tutto. De Laurentiis investirà davvero nel centro sportivo o resterà un progetto sospeso? Si continuerà con Conte, costruendo attorno a lui, oppure si ripartirà da zero? Giovanni Manna sarà l’uomo giusto o servirà un profilo esperto come Sartori?

Il Napoli deve scegliere cosa vuole essere da grande. Un protagonista strutturato o un eterno disturbatore.

Intanto c’è un finale di stagione da onorare. Blindare la Champions. Vincere il più possibile. Dimostrare che, anche incerottato, questo gruppo ha dignità e carattere.

Perché si può perdere ai rigori. Si può sbagliare dal dischetto. Ma non si può accettare che il destino venga orientato da chi dovrebbe garantire equilibrio.

Se il calcio tornerà a essere sport — lealtà, rispetto, competitività — allora vincerà il migliore. Altrimenti continueremo a raccontare partite decise prima ancora del novantesimo.

E allora sì, che San Gennaro ci protegga.

Perché a Napoli lo sappiamo: quando il fischio pesa più del talento, non è più solo una partita.



 
 
 

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