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L’URLO AL 96’: TRA PAURA, ORGOGLIO E DESTINO

  • Immagine del redattore: Rosario Caracciolo
    Rosario Caracciolo
  • 15 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

di Rosario Caracciolo ilgiornalistatifoso.it/ Napoli Cuore Azzurro


Al 96’ il destino ha scelto il suo uomo. Romelu Lukaku ha preso il pallone, lo ha difeso, lo ha scagliato dentro. Silenzio al Bentegodi, esplosione azzurra. Tre punti. Ossigeno puro. Corsa Champions ancora viva.

Il Napoli rinasce contro l’Hellas Verona nella maniera più sporca e insieme più dolce: quando tutto sembrava sfuggire, quando la paura si era infilata nelle gambe e nei pensieri.


Eppure era cominciata come meglio non si poteva. Dopo due minuti vantaggio azzurro: assist perfetto di Matteo Politano, colpo di testa di Rasmus Højlund. Partita indirizzata? Solo in apparenza.



UN NAPOLI IRRICONOSCIBILE



Da lì in poi, la squadra di Antonio Conte si è smarrita. Ritmi bassi, idee confuse, poca cattiveria nel chiudere una gara che andava archiviata subito. Troppo diversa da quella vista a Bergamo contro l’Atalanta.


Il pari veronese al 75’ – nato da un fallo evidente non fischiato su Alessandro Buongiorno dall’arbitro Colombo – ha certificato un limite non solo tattico, ma mentale. La difesa, un tempo tra le migliori d’Europa, ha concesso ancora. Distrazione? Stanchezza? Fragilità?


Il modulo con tre centrali contro l’ultima in classifica ha lasciato perplessi. Pasquale Mazzocchi fuori ruolo, Allison Santos sacrificato largo e stretto in una gabbia tattica che ne ha limitato l’estro. Stanislav Lobotka lento e impreciso, incapace di dettare tempi. Eljif Elmas evanescente. Leonardo Spinazzola stanco. Juan Jesus nervoso.

Un Napoli affaticato nel corpo e nella testa.


GLI ASSENTI PESANO



Gli infortuni hanno scavato solchi profondi: André-Frank Zambo Anguissa, Kevin De Bruyne, Scott McTominay non sono pedine qualunque. Sono struttura, forza, qualità. Senza di loro si naviga a vista.


Eppure, nonostante tutto, il Napoli è ancora lì. Con 53 punti, in piena bagarre Champions. Il Milan a 57, la Roma a 51, il sorprendente Como a 48, la Juventus a 47. Sei punti che racchiudono ambizioni, ansie, speranze.


Dodici partite alla fine. Dodici battaglie.

Dentro questa stagione sciagurata e tormentata, Conte ha cambiato moduli, uomini, soluzioni. Ha mostrato unghie e carattere. Ma a Verona è parso, per un attimo, che la paura di uno sgambetto avesse preso il sopravvento.


LUCE E OMBRE



Nota lieta Højlund, centravanti del futuro quando servito a dovere. Importante il ritorno al gol di Lukaku, ancora lontano dalla miglior condizione ma decisivo. Da rivedere Alex Meret, incerto in un’uscita che poteva costare caro.


Il Napoli deve ritrovare ritmo, recuperare energie, riabbracciare i suoi leader. E soprattutto blindare il posto Champions: senza quei ricavi, il progetto rischia di rallentare.

E qui la domanda diventa inevitabile: Conte va confermato? Personalmente sì. Senza esitazioni. Perché senza il tecnico salentino questa stagione avrebbe potuto trasformarsi in macerie. Toccherà ad Aurelio De Laurentiis decidere il futuro, tra silenzi strategici e progetti (centro sportivo compreso).


OLTRE IL CAMPO


L’ultima chiosa: dignità e memoria



L’ultima riflessione, per me la più importante, riguarda ciò che è accaduto sugli spalti e fuori dal campo. Non parlo di un episodio isolato, ma di un atteggiamento che ciclicamente riaffiora quando si gioca a Verona.


Prendo spunto dalla disavventura raccontata in video dal collega Manuel Parlato, al quale è stato rimproverato di aver esultato “mancado di rispetto” da un supporter gialloblu. A quel tifoso veronese che invoca rispetto, rispondo con fermezza: il rispetto è un valore reciproco, non un concetto a senso unico.

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Da oltre quarant’anni, i tifosi napoletani sono bersaglio di cori, insulti e discriminazioni che travalicano il calcio. Non si tratta di una semplice rivalità sportiva. Qui il terreno è sociale, culturale, identitario. E quando si arriva a quel livello, non si può chiedere compostezza come se nulla fosse accaduto.


Esultare per un gol non è un’offesa. È passione. È appartenenza. È il battito naturale di chi ama la propria squadra. Offensivo, piuttosto, è normalizzare atteggiamenti che negli anni hanno costruito un clima di ostilità costante verso un popolo.


E non si tratta soltanto di Verona. Pisa, Milano, Torino, Roma, Bergamo: cambiano le latitudini, ma troppo spesso la musica è la stessa. Un razzismo strisciante che viene minimizzato, quando non addirittura giustificato. E mentre si discute, i provvedimenti veri restano rari. Talvolta, paradossalmente, si vietano le trasferte ai tifosi del Napoli, come se la causa del problema fosse chi subisce e non chi provoca.


Si può evocare Dante, citare Giulietta e Romeo, ricordare le glorie storiche e culturali di tante città italiane. Ma la civiltà non si misura con i monumenti: si misura con i comportamenti.


Napoli, con tutte le sue contraddizioni, è cultura, è arte, è passione viscerale e popolare. È un’identità che non si vergogna di sé. È un popolo che canta, che soffre, che esulta. È un amore viscerale per i propri colori, un matrimonio che non conosce convenienza ma solo fedeltà.


Chi pensa di sentirsi superiore per bilanci taroccati, trofei o potere mediatico dimentica una cosa fondamentale: l’orgoglio non si compra e non si certifica in tribunale. L’orgoglio nasce dall’appartenenza.


E allora sì, rivendico il diritto di esultare. Rivendico il diritto di essere giornalista e tifoso, senza ipocrisie. Rivendico l’identità di un popolo che troppo spesso viene raccontato per stereotipi e mai per verità.

Perché Napoli è una. E chi ci è nato sa che non è solo una città: è una condizione dell’anima.

Viva Napoli.

Evviva il popolo napoletano, fiero di esserlo.

 
 
 

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