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Italia, Il Problema Siamo Noi...Cronaca di un Fallimento Annunciato!

  • Immagine del redattore: Rosario Caracciolo
    Rosario Caracciolo
  • 13 minuti fa
  • Tempo di lettura: 3 min


di Rosario Caracciolo – ilgiornalistatifoso.it / Napoli Cuore Azzurro




C’era una volta l’Italia del calcio. Martedi, a Zenica, è andato in scena il suo funerale. Non una semplice eliminazione, non una notte storta, ma la certificazione definitiva di un sistema che non regge più il confronto con il resto del mondo.

Partiamo da un punto chiaro: basta alibi. L’espulsione di Bastoni è netta, giusta, inevitabile. Fallo da ultimo uomo, intervento pericoloso, rosso sacrosanto. E sull’episodio di Palestra, nessuna ingiustizia: c’erano due difensori bosniaci pronti a intervenire. Fine delle polemiche arbitrali. Il problema non è lì.



Il problema è che questa Nazionale non doveva nemmeno arrivarci, a questo spareggio. E invece eccoci qui, a parlare di una squadra che rincorre, che arranca, che si aggrappa agli episodi. Altro che Norvegia forte: è il calcio italiano a essere diventato mediocre.

E allora guardiamola in faccia, questa realtà.

La Bosnia ha giocato a calcio. L’Italia no. Anche undici contro undici, in campo c’era una sola squadra: quella di casa. Più fame, più rispetto, più dignità. E anche più civiltà. Perché mentre qualcuno raccontava scenari di tensione, i tifosi bosniaci applaudivano l’inno italiano, ricordando quella storica amichevole dopo la guerra di Sarajevo. Una lezione, dentro e fuori dal campo.



Poi la partita. L’Italia passa con Kean, su errore del portiere. Ma è un’illusione. Perché nel momento decisivo, quando serve il colpo del campione, Kean sbaglia tutto. Davanti alla porta, da solo, manda in curva. Altro che Careca nel Napoli-Milan dell’88-89: qui siamo su un altro pianeta, ma al contrario.

E non è finita. Esposito fallisce il possibile 2-1 e sbaglia anche il primo rigore. Personalità? Zero. Attitudine? Discutibile. E intanto si esaltano prestazioni inesistenti: Politano, Dimarco… mentre un ragazzo di 18 anni, Alajbegovic, domina la fascia e segna con freddezza.

Tra gli azzurri si salvano in pochi: Tonali, cresciuto in Inghilterra, Donnarumma, decisivo nonostante atteggiamenti discutibili, e proprio Palestra, unico a mostrare carattere nel momento più buio.



Ma il punto non sono i singoli. Il punto è il sistema.

Un sistema che premia la mediocrità, che protegge giocatori sopravvalutati, che vive di narrazioni costruite e non di merito. Un sistema dove la stampa è complice, dove dirigenti come Gravina non vengono mai messi davvero in discussione, dove il talento non si forma più ma si racconta.

Guardate le liste.

Nel 2006 c’erano Buffon, Cannavaro, Pirlo, Totti, Del Piero. Nel 2010 ancora qualità, nel 2014 gli ultimi bagliori. Oggi? Una Nazionale senza identità, senza leader, senza anima.

E allora basta parlare di sfortuna. Basta parlare di episodi. Non è la lotteria dei rigori. È lo specchio di un movimento malato.



Il calcio italiano è fermo, autoreferenziale, incapace di rinnovarsi. I settori giovanili sono abbandonati, la meritocrazia è un’illusione, il denaro ha sostituito i valori. I ragazzi non sognano più di diventare Maradona o Messi: sognano il conto in banca.

E mentre il resto del mondo corre, noi restiamo fermi. Anzi, torniamo indietro.

La verità è una sola, ed è dura da accettare: il calcio italiano è defunto.

Serve una rivoluzione. Vera. Profonda. Via questa classe dirigente, dentro competenze vere. Ridare il calcio a chi lo ha vissuto, studiato, rispettato. Ricostruire dalle basi, dai giovani, dalla cultura sportiva.

Altrimenti, abituiamoci.



Perché tra Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia, il messaggio è chiarissimo: il problema non è chi affrontiamo.

Il problema siamo noi.

E il Mondiale? Un ricordo sempre più lontano...


 
 
 

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